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Madonna in trono con santi e monaci
"Madonna in trono con santi e monaci". Pala dell'altare maggiore nella chiesa di S.Francesco a Brescia.

Il ritorno del patriarca Foppa

La Brescia del Quattrocento era entrata nell'orbita politica della Serenissima, ma in pittura ne aveva risentito marginalmente il predominio: nel 1440 era giunta la pala di Jacopo Bellini con l'Annunciazione per la chiesa di S. Alessandro dov' è tuttora, e nel 1444 Antonio Vivarini aveva dipinto il polittico di S. Orsola in gloria tra le vergini Martiri per S. Pietro in Oliveto (ora al Seminario). Ma vi giungevano poco dopo anche una pala di Beato Angelico da Firenze, e verso la fine del secolo dalle Fiandre tavole di Hieronymus Bosch (il pittore della follia umana dimentica dell'insegnamento di Cristo). E nel 1467 era stato spedito a Brescia dalla Corte Estense di Ferrara il pittore Cosmé Tura, perchè studiasse gli ammiratissimi affreschi che Gentile da Fabriano, aristocratico campione di raffinatezze tardogotiche, aveva lasciato tra sfolgorìo d' oro e lapislazzuli sulle pareti del Broletto, nella cappella di S. Giorgio, ai tempi dell'unico vero tentativo di instaurare in città una Corte signorile sotto Pandolfo Malatesta (1404 - 1421). Quegli affreschi, evidentemente, erano ancora un modello.
Nel 1490 poi era tornato definitivamente a Brescia, ottenendo dalla municipalità alloggio e bottega per far scuola di pittura, Vincenzo Foppa (era nato qui tra il 1427 e il 1430). Carico di prestigio, aveva avuto un ruolo chiave nella Milano del secondo Quattrocento, segnando il momento di transizione in area lombarda dallo stile cortese, fiabesco e miniaturizzante del Gotico internazionale allo spirito rinascimentale di ricerca prospettico-illusionistica, irradiato dall'Italia centrale. A Milano la fabbrica del Duomo fu per tutto il Quattrocento crogiuolo di scambi internazionali, e importante fu l'apporto degli artisti fiamminghi, con la loro evocazione minuta del vero, e la loro attenzione per il mondo naturale. Ma nel 1482, da Firenze a Milano era venuto alla Corte degli Sforza a insediarsi Leonardo, a far varcare anche qui la soglia del pieno Rinascimento. Foppa dunque tornava a far partecipe fino in fondo Brescia di quel nodo intricato che la Lombardia del secondo Quattrocento, tra morbidi goticismi, severe lezioni umanistico-antiquarie e prospettiche, naturalismo fiammingo, luci radenti in funzione di costruzione plastica, per arrivare a quei suoi impianti compositivi di solenne austerità.
Per la prima volta, la realtà quotidiana era fatta assurgere ad assorta dignità, fino al colore gramo e silente in cui si sarebbe intinto tutto il grigio-argento della grande pittura bresciana del Cinquecento con Romanino, Savoldo, Moretto. Il patriarca del Rinascimento bresciano radicava così la pittura in una cronaca -sacra- della vita, nutrita di concreta esperienza.

Fausto Lorenzi

  1. Girolamo Romanino e la cultura del suo tempo
  2. Il ritorno del patriarca Foppa
  3. A mezzo tra due mondi, aulico e popolaresco
  4. Tra Milano e Venezia, una temperie cremonese
  5. Dal tributo a Tiziano allo sperimentalismo anticlassico
  6. Il connubio tra monumentalità e mondo plebeo
  7. Le grandi decorazioni in Valle Camonica
  8. Romanino nel travaglio della crisi umanistica e religiosa
  9. Come dipingeva il Romanino
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